Donne nella ricerca: Italia sopra la media europea

Pubblicata a giugno una Relazione del CNR su ricerca e innovazione in Italia

10 agosto 2018

Per percorrere la strada dell’innovazione, in tutti i campi, l’importanza da attribuire al settore di Ricerca e Sviluppo deve essere massima. A che punto è l’Italia? Durante lo scorso giugno, è stata pubblicato un documento intitolato “Relazione sulla Ricerca e l’Innovazione in Italia – Analisi e Dati di Politica della Scienza e della Tecnologia”, a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Vari sono i settori analizzati, e vanno dalle risorse destinate a R&S alle pubblicazioni scientifiche all’attività brevettuale italiana nonché tecnologica nel contesto internazionale, passando per la diffusione delle tecnologie ICT. Non si dimentica il ruolo delle donne nell’attività scientifica di ricerca, sia pubblica che privata.

A fronte di una spesa italiana per il settore R&S “molto inferiore rispetto ad altri Paesi dell’Europa Occidentale” e ad un conseguente quadro non particolarmente incoraggiante, la posizione delle donne ricercatrici in campo pubblico, privato e universitario appare abbastanza controversa. Il ruolo delle donne nella ricerca è affrontato nel secondo capitolo della relazione, quello dedicato anche all’educazione terziaria.

La relazione sottolinea come la presenza delle donne nel mondo del lavoro, sia inferiore in Italia rispetto alla media dei Paesi OCSE: “Si rileva come nel complesso delle forze lavoro, in età quindi compresa tra i 15 e i 64 anni, l’incidenza della presenza femminile si attesta nel 2017 nella media dei paesi OCSE al 59,8%. Nel nostro paese tale valore è del 48,5%”.

Tuttavia, nel campo R&S, l’Italia si difende abbastanza bene per ciò che riguarda la percentuale delle ricercatrici: fa infatti parte di quel gruppo di paesi europei (oltre a Belgio, Finlandia, Svezia, Spagna, Norvegia e Regno Unito) che, nel 2015, presentavano un maggiore equilibrio di genere nell’ambito di riferimento, mantenendosi tra il 30 e il 40%. Infatti, se la media europea in questo caso è del 33%, l’Italia la supera con il 36%, contro il 28% della Germania e il 26% della Francia (Fonte Eurostat 2017).

Per quanto riguarda la dicotomia pubblico/privato, dalla relazione del CNR si evince che, nel 2012, le ricercatrici italiane sono maggiormente presenti nel settore pubblico e nell’Università: nel primo caso, infatti, nel 2012 ricoprivano il 45,9% (media UE 41,6%), e nell’ambito universitario il 39,9% (media UE 41%). Decisamente più bassa la presenza delle ricercatrici in ambito privato: sempre nel 2012, risultavano essere al 21,6%, contro una media europea del 19,7% (Fonte She Figures, 2016).

La maggiore proporzione di donne nel campo della ricerca si incontra nei settori di biologia e salute, seguiti da scienze naturali, e ingegneria e tecnologie.

Tuttavia, a fronte di una percentuale relativamente interessante di ricercatrici in Italia (quantomeno in relazione alla media europea), non si assiste ad “un’adeguata rappresentanza nelle professioni di ricerca e in particolare nei livelli più elevati delle carriere”.

A questo proposito, infatti, nella Relazione del CNR si fa riferimento a due tipi di diseguaglianza di genere: la “segregazione orizzontale”, che consiste nei “minori livelli di accesso agli studi scientifici”, e la “segregazione verticale”, che concerne il “limitato o addirittura mancato accesso ai vertici delle carriere, delle istituzioni scientifiche e alla presenza stessa nei comitati che dirigono, scelgono e finanziano le attività di ricerca”.

Per questo, la Commissione Europea ha intrapreso varie iniziative per dar vita ad un’inversione di marcia, finanziando progetti nell’ambito del programma Horizon 2020. I più recenti menzionati dal documento sono Plotina, Libra e Genera: quest’ultimo, in particolare, con la partecipazione di CNR e INFN, ha sviluppato degli strumenti di ricerca per misurare dati e monitorare azioni concrete volte ad un piano di uguaglianza di genere da sviluppare nel tempo.